Il vino. Una passione di famiglia.
Dal 1919.


La coltivazione della vite, in particolare del vino Sangiovese, nel territorio di Montefalco, risale addirittura all’epoca pre-romana.

Plinio il Vecchio, nel libro XIV della Naturalis Historia, afferma che una varietà di uva, chiamata Itriola, è coltivata a Mevania, l’odierna Bevagna, all’interno della zona di produzione dei vini di Montefalco.

Tuttavia sembra che solo più tardi alcuni frati francescani abbiano riportato dall’Asia Minore il vitigno del vino Sagrantino, sostituendolo poi nelle vigne al vitigno del Sangiovese. Il nome sarebbe riconducibile ai Sacramenti, poiché l’uva era coltivata dai frati che ne ricavavano un passito destinato ai riti religiosi.

Ricerche archeologiche moderne tuttavia ne escludono una relazione con i vitigni asiatici, e molti studiosi considerano il Sagrantino, un vitigno di origine locale, quindi fanno propendere per un’origine locale dell’uva.

Una ricca documentazione è conservata nell’Archivio Storico Comunale di Montefalco e già nel 1088 si scrive di terre piantate a vigna nel territorio di Montefalco, che è tra le pochissime città d’Italia nelle quali la coltivazione dell’uva era praticata all’interno delle mura, una tradizione che risale al periodo medievale.

Nella chiesa medievale di San Bartolomeo, sulla parete esterna dell’abside, si ritrovano bassorilievi con tralci di vite e grappoli. Dalla prima metà del Trecento le leggi comunali iniziarono a tutelare la vite e il vino, cui dedicarono interi capitoli e rubriche di statuti comunali.

Nel 1451 il noto pittore fiorentino Benozzo Gozzoli, chiamato dai francescani ad affrescare l’abside della loro chiesa, oggi museo civico tra i più importanti del Centro Italia, alludeva forse al Sagrantino dipingendo la bottiglia di vino rosso sulla mensa del cavaliere da Celano negli affreschi dedicati alla vita di San Francesco (ciclo della Storia della Vita di San Francesco).

Il Sagrantino vanta uno dei disciplinari più antichi per la coltivazione e la produzione infatti, già nel XIV secolo, si trovano documenti atti a proteggere e a regolare la coltivazione, la raccolta e la produzione delle uve Sagrantino.

A partire dal 1540 un’ordinanza comunale stabiliva ufficialmente la data d’inizio della vendemmia a Montefalco; questa tradizione continua anche ai nostri giorni, grazie alla Confraternita del Sagrantino che a settembre raduna cittadini e curiosi in piazza per la lettura dell’antico scritto.

La gelata del 1586 fu un flagello per le piantagioni della vite, che tornarono a produrre soltanto dopo alcuni decenni. Nel Rinascimento il vino di Montefalco è ormai noto e apprezzato come vino di pregio, tanto che nel 1565 il Provveditore della fortezza di Perugia, Cipriano Piccolpasso, lo cita nella relazione dello Stato Pontificio destinata al Papa. Si può quindi affermare con certezza che il Sagrantino abbia almeno più di quattrocento anni, poiché in un documento manoscritto, datato 1598 e conservato presso l’Archivio Notarile di Assisi, si trova la prima citazione dell’uva Sagrantino.

Nel 1622 il Cardinale Boncompagni, Legato di Perugia, aggrava le sanzioni già previste dallo Statuto Comunale, prevedendo perfino la pena della forca per chi avesse tagliato la vite dell’uva.

Nell’Ottocento il Calindri, nel suo Saggio geografico, storico, statistico del territorio Pontificio, cita Montefalco al vertice dello Stato per i suoi vini, ed è in questa epoca che cominciano ad arrivare i primi riconoscimenti per il Sagrantino. Nel 1925, alla Mostra enologica dell’Umbria, Montefalco è definito il centro vinicolo più importante della regione.

Il 30 ottobre 1979 il Sagrantino ottiene il riconoscimento della DOC e il 5 novembre 1992 quello della DOCG.

L’antica tradizione enologica e la tecnica di appassimento del Sagrantino, l’uva che, trapiantata altrove non dà mai lo stesso prodotto pregiato e che ha fatto la fortuna di questo territorio, hanno permesso la creazione a Montefalco di un Centro Nazionale di Studi sui Vini Passiti d’Italia.

L’alta concentrazione di polifenoli e di tannini richiede un lungo periodo di affinamento, per raggiungere la perfetta maturazione: oltre i trenta mesi per entrambe le varietà, di cui almeno diciotto per la versione secca da trascorrere in botti di legno.